Spider-Man No Way Home, alla Marvel è rimasto solo il fan service?

Faccio una premessa doverosa: Spider-Man è stato – e continua a essere – il mio supereroe preferito. L’eroe per il quale ogni quindici giorni correvo in edicola per acquistare l’ultimo albo e vivere il prosieguo dell’avventura di Peter Parker. Lo è stato perché quel ragazzo del Queens mi sembrava imbranato come lo ero un po’ anch’io, perché aveva quell’ironia di fondo che gli permetteva di non prendersi troppo sul serio durante la sua lotta al crimine. Non era tormentato come Batman, non era sanguinolento come Wolverine, che per un periodo della mia adolescenza aveva quasi superato Spider-Man nelle classifiche di gradimento, non era infallibile come Tony Stark. Era Peter: un amichevole ragno di quartiere.

Quando Sam Raimi lo portò al cinema fu per me, che avevo poco più di dieci anni ai tempi del primo film, un grande evento: Tobey Maguire era il Peter Parker che mi sarei sempre aspettato, anche se in qualche modo Andrew Garfield è riuscito a renderlo più pedissequo ai fumetti. Una trilogia che oggi è invecchiata male, ma che resta di culto per il vasto panorama dei cinecomic che oramai riempiono le piattaforme in streaming e i cinema stessi. Spider-Man: No Way Home, quindi, non poteva non essere un grande evento, per me e per tutti gli appassionati come me, ma alla fine, vi confesso, è stata una mezza delusione.

I cinecomic hanno mostrato la loro debolezza

In qualche modo Marvel, con il suo ultimo film, ha messo a nudo tutte le sue debolezze, tutte le lacune di un sistema – quello dei cinecomic – che a lungo andare potrebbe continuare a subire perdite e a diventare sempre più un colabrodo. Infinity War ed Endgame sembrano un lontanissimo ricordo, mentre i prodotti televisivi realizzati nell’ultimo anno, da WandaVision in poi, si sono vestiti di puro e smielato fan service, cercando di scimmiottare alcune produzioni fumettistiche che avevano negli anni innalzato la qualità di alcuni personaggi Marvel. Spider-Man: No Way Home soffre di questa patologia, questo lento annacquare verso una trama esile, con dei presupposti molto incerti e pronto a scatenare nei fan urla e applausi solo con delle comparsate a schermo.

Perché diciamolo, senza voler spoilerare nulla, ma era visibile sin dal trailer che ci sarebbe stato Alfred Molina nei panni di Doc Ock, così come sarebbe tornato Norman Osborne e il Green Goblin: comparsate che rispondono al richiamo del fan service, alla necessità di portare a schermo dei personaggi che appartengono a un senso di nostalgia, a un viaggio verso il passato, che ci fa riassaporare le sensazioni vissute vent’anni fa, ma con la tecnologia e la maturità di oggi. Un compito pregevole, portato a termine con grande soddisfazione, grazie soprattutto a chi arriva a schermo nei minuti successivi, ma che non fa altro che porci delle proverbiali fette di prosciutto davanti agli occhi.

Tutte le apparizioni sono gestite come se fossimo dinanzi a una carovana di fenomeni, convocati uno a uno a intervalli ben precisi per scatenare poi la soddisfazione del pubblico, ma senza un collante, senza una trama posta sotto i loro piedi. Vero: gli antagonisti di Spider-Man erano finiti, ma averlo collocato in un contesto come quello degli Avengers non l’avrebbe dovuto aiutare a combattere cause molto più importanti?

Peter Parker si congeda

Il Peter Parker di Tom Holland vive solo due drammi, nemmeno esistenziali, nel corso della pellicola: il primo che scatena la richiesta già nota a Steven Strange, ma che nel trailer sembrava ben più aulica, mentre nel film vi ritroverete dinanzi a un qualcosa di puerile e anche naif, e la seconda che fa in modo di rimettere questa versione di Spider-Man il più vicina possibile a quelle precedenti, provando a trasformare una trilogia eroistica in una origin story che di origin ha ben poco.

Dopo esser stato negli Avengers, dopo aver combattuto Thanos, dopo esser stato nello spazio e aver visto le gemme dell’infinito, ha davvero ancora senso dirci di più sulle tue origini? Il suo secondo dramma, tra l’altro, vive di quell’edulcorazione alla quale la Marvel ha ceduto il passo da quando è stata rilevata da Disney, vietandoci anche la possibilità di avere a schermo la sofferenza dilaniata della morte, che Raimi in qualche modo ci aveva fatto assaporare meglio.

Spider-Man: No Way Home ha tante incertezze di trama, dal punto di vista di continuità narrativa: fa accadere imprevisti esclusivamente perché è necessario che accadano, fa comparire personaggi a schermo da altri universi perché sì, perché va soddisfatto il pubblico. Finisce così per essere un film che ci lascia un importante quesito: la Marvel potrebbe aver terminato le idee per i suoi cinecomic dopo Thanos, tanto da dover fare citazionismo, riprendere scene da film altrui e incollare tutto con scarsa efficacia.

Eppure ce ne sarebbero tante di cartucce da poter sparare, a partire da Kang il Conquistatore, che avrebbe potuto tenere tutti gli altri antagonisti nel palmo della mano. Sembra, invece, che avesse bisogno di questo nuovo film ì per potersi congedare in maniera definitiva dall’Uomo Ragno, per dire addio a Tom Holland e per fare in modo che quando domani gli Avengers scenderanno di nuovo in campo nessuno si domanderà dov’è finito Peter Parker: nessuna diatriba con Sony, nessun tira e molla per riaverlo nel Marvel Cinematic Universe.

Cosa ci rimane di Spider-Man

Di questa trilogia ci rimarrà la spettacolarità, l’azione, l’adrenalina, ma dal mio personale punto di vista sarà ben difficile, un domani, accettare di riguardare No Way Home, perché sarà come vedere un film già visto più volte, con personaggi già noti e con una psiche già ampiamente affrontata nel corso di film che appartengono ad altri registi, ad altri registri. Sam Raimi aveva avuto l’occasione, colta, di raccontarci degli antagonisti di tutt’altro spessore, di farci vivere il dramma di un Peter Parker che dà addio al suo migliore amico dopo che questi ha provato a ucciderlo, di calarci in una storia sentimentale conturbante e in qualche modo disturbante per il mono-espressione Tobey Maguire. Tom Holland, invece, nelle mani di Jon Watts finisce per essere solo un pretesto per creare un riassuntone di congedo da parte di Spider-Man dal cinema, dal Marvel Cinematic Universe.

Avrebbe meritato di più, Spider-Man. Perché se Andrew Garfield doveva costruirsi le ragnatele in laboratorio e Tobey Maguire le produceva direttamente dal suo corpo, Tom Holland ha avuto la fortuna di avere Tony Stark dalla sua, di cadere sempre in piedi, di vivere avventure che nessun altro Spider-Man ha mai vissuto: allora perché non continuare a osare, invece di farlo tornare indietro e fargli vivere qualcosa che non gli appartiene? Per riavvicinarlo alla realtà, per umanizzarlo dopo averlo condotto nello spazio? Non con Steven Strange accanto, non con l’universo che si crepa dinanzi a noi. Non così, non costringendoci a dimenticare.

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